I lavori di Francesca Kiara si collocano in una zona di confine tra Arte Povera, Pop Art e ricerca concettuale.
L’artista impiega materiali di recupero – blister esausti, bugiardini, scarti farmaceutici – sottraendoli al ciclo del consumo per restituirli a una dimensione poetica e riflessiva.
Se la Pop Art celebrava l’oggetto come icona, qui esso viene “spogliato”, liberato dall’estetizzazione e lasciato nella sua nuda materialità.
La superficie diventa così un campo di memoria, dove l’oggetto conserva le impronte dell’uso e della cura. Attraverso il colore puro e il gesto minimale, costruisce una riflessione sull’esistenza, la fragilità e la relazione tra corpo e società.
E’ quasi un atto di “depopificazione” dell’oggetto: prende il linguaggio della Pop Art, ma lo svuota della sua patina seducente, restituendolo alla sua verità materiale e simbolica.
I farmaci curano, ma lasciano tracce.
Nelle sue opere raccoglie quelle tracce — blister, bugiardini, carte leggere — e le fa parlare.
Sono reliquie del nostro bisogno di guarire, ma anche simboli di una società che consuma la salute come un prodotto.
Attraverso gesti semplici, materiali poveri (come la velina) e colori diretti, cerca di trasformare la cura in immagine, la dipendenza in riflessione, l’abitudine in linguaggio.
Vive e lavora a Bologna.