FRANCESCA KIARA
“Trasformare la fragilità in linguaggio”

I lavori di Francesca Kiara, artista originaria di Brescia e cresciuta in una famiglia di artisti, si collocano in una zona di confine tra Arte Povera, Pop Art e ricerca concettuale. Fin da giovane abituata a vivere l’arte come linguaggio quotidiano, sviluppa un’attenzione particolare per gli oggetti marginali, i materiali poveri e le tracce dell’esperienza umana.
Trasferitasi a Bologna, approfondisce la sua ricerca formandosi attraverso corsi di pittura sperimentale con docenti dell’Accademia di Belle Arti, un percorso che rafforza il suo interesse per la materia, la trasformazione e l’atto del recupero. In questi anni collabora anche con la Galleria Astuni di Bologna, entrando in contatto con pratiche espositive e processi curatorali che influenzeranno la sua sensibilità artistica.
La sua produzione impiega materiali di recupero – blister esausti, bugiardini, carte leggere e scarti farmaceutici – sottraendoli al ciclo del consumo e restituendoli a una dimensione poetica e riflessiva. Se la Pop Art trasformava l’oggetto quotidiano in icona, Francesca compie un gesto opposto: lo spoglia della sua patina seducente e lo restituisce alla sua nuda verità materiale. Il blister diventa traccia, il bugiardino memoria, l’oggetto un frammento di esistenza.
La superficie delle sue opere è un campo di stratificazione dove l’uso, la cura e la fragilità si depositano come impronte. Attraverso colore puro e gesto minimale, l’artista costruisce un linguaggio che riflette sul bisogno di guarire, sulle dipendenze silenziose e sulla relazione tra corpo, società e sistemi di cura.
Il suo lavoro può essere letto come un atto di “depopificazione”: prendere il linguaggio della Pop Art per svuotarlo della sua estetizzazione e restituirlo a un contenuto più umano, intimo e vulnerabile. I farmaci curano, ma lasciano tracce. Francesca raccoglie quelle tracce e le fa parlare: piccole reliquie del desiderio di stare bene, ma anche simboli di una società che consuma la cura come un prodotto.
Con materiali poveri come la velina, gesti essenziali e un rigore cromatico diretto, trasforma la cura in immagine, l’abitudine in linguaggio, la fragilità in forma. Il suo è un lavoro che unisce delicatezza formale e profondità concettuale, senza retorica e senza giudizio: un invito a osservare ciò che normalmente si scarta.
Vive e lavora a Bologna.
“L’oggetto come reliquia contemporanea.”
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